Senza l’acciaio l’Italia non riparte

Senza l’acciaio l’Italia non riparte

Nel 2019 il settore siderurgico italiano ha fatturato 40 miliardi di euro, e in termini occupazionali fornisce lavoro a circa 70 mila dipendenti, che arrivano a 300 mila considerando tutto l’indotto (dati Mise). Tuttavia, la pandemia non ha risparmiato nemmeno questo settore, che in questo momento vive una doppia crisi: nazionale ed europea. L’Italia è tra i primi produttori di acciaio al mondo, e sul territorio nazionale sono dislocati i siti produttivi tra i più grandi in Europa: Taranto, Piombino, Terni, Genova, Trieste. Tre di questi hanno ormai proprietà straniere che, a giorni alterni, minacciano chiusure degli stabilimenti e licenziamenti. E i tavoli di crisi presso il Ministero dello Sviluppo economico sono aperti da anni. Non di meno, la minaccia più insidiosa arriva dai Paesi asiatici, in primis dalla Cina che da sola produce il 53% di tutto l’acciaio mondiale. Ma anche la Turchia e l’India sono diventati competitor pericolosi, soprattutto in ragione della “concorrenza sleale” che operano nei confronti delle industrie europee: mancato rispetto delle norme ambientali e lavoro a basso costo pesano sul prezzo finale dell’acciaio.

La mia intervista rilasciata a Radio Sparlamento

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