Intervento in Aula su caso Khashoggi

Intervento in Aula su caso Khashoggi

Signor Presidente, colleghi,

intervengo per un fatto di coscienza in merito a un episodio raccapricciante che sta sollevando l’indignazione del mondo, con dichiarazioni, atteggiamenti e decisioni che, l’uno dopo l’altro, stanno coinvolgendo tutti i partner mondiali: gli altri Governi europei e persino gli Stati Uniti e la Russia. Parlo dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, dissidente saudita sequestrato e ucciso; secondo notizie di cronaca confermate anche qui questa mattina, sequestrato, ucciso e fatto a pezzi – anzi, secondo alcune rilevazioni, fatto a pezzi ancora vivo – dopodiché il suo corpo è stato disperso. Intervengo perché questo episodio certamente non è l’unico, ma è quello che sta sollevando l’indignazione del mondo verso un regime e le sue pratiche di assassinio. Peraltro, nel giustificare la morte del giornalista, dopo averla negata ripetutamente, il regime ha detto che esiste un piano per sequestrare all’estero tutti i cittadini dissidenti e riportarli comunque in patria, dove, ove giungessero vivi (e Khashoggi non è giunto vivo), verrebbero condannati a morte. Questa è la versione ufficiale. Ebbene, a fronte di questo, mentre oggi si apre la cosiddetta Davos nel deserto, che tutti gli oratori internazionali (imprenditori, economisti ed esponenti delle istituzioni) hanno disertato per manifestare l’indignazione e la condanna del mondo per quanto accaduto, non mi risulta che le nostre istituzioni, il nostro Ministero degli affari esteri e il nostro Governo abbiano speso sino ad oggi – e sono passati ventidue giorni di indignazione mondiale una parola ufficiale convincente. Anzi, mi risulta solo che ieri il Presidente del Consiglio, avvocato dei cittadini (evidentemente solo italiani), in un intervento sulla stampa estera, abbia risposto, di fronte a una domanda preci- sa, in maniera evasiva. Cito testualmente: «È un caso molto grave (…) vorremmo aver contezza del fatto in sé prima di confrontarci con i partner europei e con Trump». Peccato che i partner europei e lo stesso Trump, evidentemente con molta più contezza, siano già intervenuti e ripetutamente in maniera decisa e determinata, con note ufficiali di condanna; uno dei partner europei (che a me non è simpatico, ma è il più importante partner europeo), la Germania, ha sospeso la vendita di armi all’Arabia Saudita e chiede una direttiva europea in tal senso. Mi auguro che almeno questo Parlamento, se il nostro Governo non riterrà di farlo, dedichi un minimo di riflessione a questo martire delle libertà e dell’informazione, perché si trattava anche – e non a caso – di un giornalista che scriveva su «The Washington Post»: sequestrato, torturato, fatto a pezzi e poi ucciso nel consolato del suo Paese.

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