Interrogazione sulla risoluzione dei diversi tavoli di crisi aziendale aperti presso il Ministero dello sviluppo economico

Interrogazione sulla risoluzione dei diversi tavoli di crisi aziendale aperti presso il Ministero dello sviluppo economico

Signor Presidente, innanzitutto, anche a nome del Gruppo Fratelli d’Italia, mi associo al plauso, non solo virtuale, del Gruppo MoVimento 5 Stelle per l’esordio del Ministro dello sviluppo economico, ben sapendo quale eredità disastrosa è nelle sue mani, come peraltro dimostra il dibattito precedente e l’interrogazione che gli sottoponiamo sui 183 tavoli di crisi che risulterebbero, da notizie di stampa, essere nelle mani del suo Ministero. Dico risulterebbero perché il precedente Ministro – il suo capo politico, ministro Patuanelli – nel corso di un precedente question time ha affermato in Parlamento che non era possibile fornire un numero ufficiale dei tavoli di crisi aperti, nel senso che il suo Ministero non era nella condizione di fornire un numero ufficiale di quanti fossero i tavoli di crisi nazionali. E questo la dice lunga. Parliamo di almeno 300.000 occupati a rischio.

Nel contempo, a dimostrazione di questo, in fase di conversione in Parlamento del decreto salva imprese, è apparso a tutti chiaro che quello che ivi era contenuto – la soluzione, come annunciava il ministro Di Maio, delle vertenze ex Ilva e Whirlpool – non era affatto una soluzione. Anzi, come dimostrano gli scioperi e le manifestazioni giuste e legittime dei lavoratori di Whirlpool, anche quel decreto-legge è stato del tutto inefficace.

Lei ha poi davanti il caso drammatico di Alitalia; un caso che è evidente a tutti, che può portare a gravi conseguenze nel settore turistico italiano. Ma ha anche davanti una Regione – e su questo abbiamo presentato un’interrogazione specifica – come l’Umbria – fortunatamente, a differenza degli altri territori italiani, potrà esprimersi nei prossimi giorni – dove sono molti i tavoli di crisi nazionali. Mi riferisco alla Antonio Merloni, all’Isotta Fraschini, alla Cementir, al gruppo Novelli, alla Treofan, al Mercatone, alla AST di Terni: aumenta la cassa integrazione del 18 per cento, aumenta la cassa integrazione straordinaria del 70 per cento. È una Regione in cui l’inefficienza dei Governi nella ricostruzione si è sommata all’inefficienza dei Governi nel dare soluzioni industriali ai tavoli di crisi.

Le chiediamo, signor Ministro, quale politica intenda attuare per dare una svolta al Ministero dopo il disastroso avvio in questa legislatura del Ministro precedente, che ha aggravato terribilmente la crisi industriale del Paese, e quali soluzioni può dare ai tavoli di crisi, anche sul fronte industriale e non meramente di proroga di cassa integrazione, quando possibile.

PRESIDENTE. Il ministro dello sviluppo economico, senatore Patuanelli, ha facoltà di rispondere all’interrogazione testé illustrata, per tre minuti.

PATUANELLIministro dello sviluppo economico. Signor Presidente, ringrazio i senatori interroganti per i quesiti posti. Devo leggere alcuni dati. È vero che esiste una difficoltà nella quantificazione dei tavoli di crisi, per una semplice ragione: non esistono una procedura di accesso a un tavolo di crisi né una procedura di uscita; non è come con la legge Prodi o la legge Marzano, che stabiliscono i requisiti per attivare un’amministrazione straordinaria. Oltre ai tavoli di crisi, vi sono circa 121 gruppi rientranti nell’ambito della legge Prodi e circa 26 gruppi con 229 società rientranti nella legge Marzano: possiamo andare nel dettaglio.

Nelle ultime tre settimane ho ricevuto messaggi di assessori regionali, singole aziende, singoli gruppi sindacali, che stanno trattando in fase di licenziamento, che chiedono di attivare un tavolo al Mise. Questo è un fatto purtroppo, data la situazione economica del Paese degli ultimi anni (non degli ultimi sei mesi, ma degli ultimi forse dieci anni), molto frequente. È questo il motivo per cui è difficile individuare un numero preciso dei tavoli di crisi, proprio perché non esiste una procedura né in entrata, né in uscita.

Ad ogni modo, parliamo dei tavoli di crisi attualmente attivi. Cito il caso Whirlpool come esempio: è un tavolo di crisi che aveva portato all’accordo, con un piano industriale firmato nel dicembre 2018 (quindi non dieci anni fa); quel piano è stato sottoscritto; l’azienda avrebbe dovuto fare delle attività e lo Stato avrebbe dovuto fare la sua parte. Poteva essere considerato concluso? Certamente no, perché vi era il monitoraggio di tutto quello che avrebbe dovuto fare l’azienda e di quello che stava facendo lo Stato. Ma il tavolo si è riaperto perché l’azienda ha deciso di retrocedere da uno degli impegni assunti nel piano industriale e intende intraprendere una procedura di cessione di una parte della propria produzione. Come consideriamo quel tavolo? Interrotto per quattro mesi? Un tavolo unico? Per questo è difficile dire numericamente quanti sono i tavoli attivi.

Comunque ad oggi risultano attivi 158 tavoli che vedono coinvolti circa 200.000 lavoratori. Il decreto crisi non interviene con misure specifiche ad hoc, ma fondamentalmente crea una struttura all’interno del Mise che prima non esisteva – ad oggi non c’è, perché è creata dal decreto-legge – proprio per seguire i tavoli che ovviamente le crisi economiche degli ultimi anni hanno aperto, in termini numericamente crescenti ogni giorno.

La componente fondamentale del decreto-legge, quindi, riguarda non tanto le altre parti del testo, che certamente sono utili, quanto la struttura che mi servirà e ci servirà per gestire e seguire i tavoli di crisi. Ma il problema vero sta a monte. Noi dobbiamo creare le condizioni affinché non si aprano più tavoli di crisi. Noi dobbiamo creare le condizioni affinché il Paese ricominci a produrre e a creare posti di lavoro. (Applausi dal Gruppo M5S).

Dobbiamo creare le condizioni e le condizioni si riassumono in una parola: un piano industriale. Questo Paese deve ricominciare a pensare al proprio piano industriale.

Credo sia necessario agire su alcune idee e alcune parti. La prima parte: Impresa 4.0 ha funzionato nella legge bilancio; sappiamo che potremo garantire gli stessi saldi di Impresa 4.0; dobbiamo forse rimodulare alcune misure per renderle più attrattive per le piccole e medie imprese, per legare di più all’innovazione. Ma soprattutto dobbiamo garantire che, per almeno tre anni, ci sia la stessa impostazione strutturale di Impresa 4.0. Non possiamo arrivare ogni volta a dicembre con gli imprenditori che non sanno quello che si rinnoverà l’anno successivo. È un punto fondamentale per dare la possibilità agli imprenditori di programmare i propri investimenti.

Dobbiamo realizzare però la transizione di tante imprese che possono cambiare la propria attività produttiva; faremo un tavolo, definito transizione 4.0, per capire come adeguare gli strumenti di cui il Ministero dello sviluppo economico già oggi dispone, da offrire alle imprese e procedere assieme ad esse.

Dobbiamo pensare a un tavolo sull’automotive, e lo stiamo facendo perché si tratta di un settore fondamentale per la nostra economia. Dobbiamo parlare assieme agli imprenditori per capire quali sono le esigenze del settore, anche in questo caso nella transizione energetica che ci porterà ad avere un parco macchine elettriche o ibride molto più ampio nei prossimi anni.

In ultimo, vorrei soffermarmi sull’accesso al credito. Una banca pubblica per gli investimenti è fondamentale. Oggi il costo del denaro è talmente basso che conviene non prestarlo, ma investirlo, essendoci tanta liquidità, nei mercati finanziari che si occupano di altre attività. Prestare soldi alla banca non conviene più e quindi non lo fa più; deve essere allora lo Stato a garantire e offrire la propria liquidità agli imprenditori.

Spero che sarà possibile parlarne in modo più approfondito successivamente, perché in tre minuti è difficile farlo. (Applausi dal Gruppo M5S).

PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire in replica il senatore Urso, per due minuti.

URSO (FdI). Signor Presidente, desidero sinceramente ringraziare il Ministro per l’onestà della risposta, per aver descritto con chiarezza lo stato confusionale che regge il Ministero, che tutti i cittadini possono notare, dal momento che esiste un sito del Ministero che elenca i tavoli attivi e le loro conclusioni. Se i cittadini si collegano a quel sito, possono leggere che per ogni tavolo riunito in quest’anno – circa settanta; molti meno delle crisi, nemmeno un tavolo per ogni crisi – la conclusione, quando prevista, è sempre quella di avviare un percorso per la cassa integrazione. Non c’è mai una soluzione industriale. Si tratta esattamente del contrario di quanto il Ministro auspica nel suo intervento, all’inizio del suo mandato.

Peraltro, signor Ministro, di tutto quello che ha detto non c’è nulla nella Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che avete appena varato in Assemblea. Non c’è una politica industriale, non c’è un sostegno allo sviluppo e all’occupazione; c’è il perdurante mantenimento del reddito di cittadinanza con le distorsioni che ha già portato. Il reddito di cittadinanza non è una politica industriale, ma è esattamente il contrario. È come se vuoi auspicate una crisi industriale per mandare i lavoratori in cassa integrazione – ricordo che quest’anno i lavoratori in cassa integrazione ordinaria sono aumentati del 30 per cento – e da questa poi portarli a un livello di disoccupazione e, quindi, al reddito di cittadinanza.

La vostra politica è quella del sussidio agli inoccupati, e non la creazione di sviluppo e occupazione – noi invece lo auspichiamo – come doveva essere e come dice lei nel suo intervento, ma non riportano invece i documenti del Ministero e del Governo presentati in Assemblea.

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