Interrogazione al Ministro dell’Economia sul caso MPS

Premesso che:

con recente atto di sindacato ispettivo (4-04350) l’interrogante sottoponeva all’attenzione del Ministro in indirizzo una serie di interrogativi inerenti alla notizia in circolazione relativa al piano di fusione tra il gruppo bancario italiano Unicredit e l’istituto di credito Monte dei Paschi di Siena (MPS), e al riguardo successivamente il Ministro, nell’ambito della giornata del risparmio, sottolineava che “stiamo lavorando e abbiamo lavorato per rafforzare questa banca, definendo un percorso di rilancio con la Commissione europea che passerà anche per una operazione di fusione con un partner sufficientemente forte da consentirle un futuro”, mentre pochi giorni dopo cominciavano a circolare le bozze e il testo base del disegno di legge di bilancio per il 2021, che all’articolo 39 reca “Incentivi fiscali alle operazioni di aggregazione aziendale”, che presenta tutti i connotati di una norma ad hoc o di un artefizio tecnico volto a supportare e favorire la complessa operazione di fusione tra Unicredit e MPS;

tale articolo, già ribattezzato “norma salva MPS”, consente, “in caso di operazioni di aggregazione aziendale realizzate attraverso fusione, scissione o conferimento d’azienda”, la trasformazione in credito d’imposta delle attività per imposte anticipate, anche se non iscritte in bilancio, riferite a determinate competenti, determinando, come attentamente osservato, un utile di 3 miliardi di euro che di fatto andrebbero dati “in dote” al soggetto che andrebbe a fondersi con MPS, mentre secondo altri calcoli di analisti indipendenti riportati sulla stampa, la stima prevista di 3 miliardi potrebbe rivelarsi non sufficiente, perché oltre all’operazione “MPS-Unicredit” per la quale la norma è stata realizzata, evidentemente, “su misura”, si profilano all’orizzonte anche altri soggetti “interessati” a rientrare in tale previsione, tra i quali BPM e BPER, la cui fusione porterebbe alla realizzazione di una polo bancario “popolare” e per la quale si potrebbero conteggiare altri 2,2 miliardi di euro di benefici lordi, ma anche la Popolare di Sondrio, con oltre 900 milioni di DTA (“deferred tax asset”) utilizzabili, e ancora, il Creval con circa 500 milioni, il tutto mentre Crédit Agricole lancia la sua offerta di acquisto per la totalità di azioni di Credito Valtellinese, a conferma delle mire della finanza francese sul risparmio italiano;

le “imposte differite” o “deferred tax asset” costituiscono un meccanismo di trasformazione in crediti di imposta ben noto in ambito contabile bancario e finanziario e in passato si registra un importante precedente: precisamente, dal 2017 e nella successione dei Governi Gentiloni prima, e Renzi poi, con Pier Carlo Padoan, Ministro dell’economia e delle finanze, il decreto di salvataggio di MPS consentiva, a fronte di una maxiperdita di oltre 11 miliardi di euro, di iscrivere nel bilancio 3 miliardi di euro di crediti d’imposta nel computo del capitale, ma è utile ricordare come il dissesto senza fine del MPS nasca proprio dalla gestione suicida dei rapporti con le banche estere costato agli azionisti e contribuenti oltre 7 miliardi di euro, e che peraltro sta alla base della recente condanna in primo appello dei “vertici” della banca; secondo alcuni analisti “gli aiuti di Stato a MPS nel 2013 e nel 2017 furono concessi in modo illegittimo, una vera e propria truffa ai danni dello Stato, e i ‘Monti bond’ del 2013 furono concessi dando rappresentazioni false al Parlamento, mentre gli aiuti del 2007 furono mascherati da ricapitalizzazione precauzionale, quando invece servirono a ripianare un buco di 7,6 miliardi già accertati dalla BCE”, circostanze sulle quali vertono, peraltro, le recenti decisioni del Tribunale di Milano che hanno portato alle menzionate condanne;

il Ministro pro tempore Pier Carlo Padoan, uno degli autori del primo “salvataggio” a carico dello Stato, è stato di recente nominato nel consiglio di amministrazione di Unicredit per favorire il secondo “salvataggio”, attraverso una privatizzazione per acquisizione da parte appunto di Unicredit, sempre con lo Stato che si accolla, in un modo o nell’altro, tutti i rischi e tutte le perdite, e nel 2017, quando giunse il consenso di Bruxelles al “salvataggio” da parte del Ministero dell’economia, lo stesso Padoan, allora Ministro, dichiarava che l’operazione sarebbe avvenuta senza costi per i contribuenti e che, anzi, lo Stato ci avrebbe guadagnato quando avrebbe rivenduto le azioni, mentre attualmente sembra che il Ministero abbia già assicurato formalmente alla banca un ulteriore sostegno con l’impiego di tutti gli 1,5 miliardi di euro previsti nel “decreto agosto” per il sostegno alle imprese a partecipazione pubblica, per sopperire al fabbisogno attuale che ammonterebbe a 2,2 miliardi di euro e che, “per rendere più appetibili fusioni e acquisizioni, il Ministero starebbe studiando lo scorporo di dieci miliardi di rischi legali da far confluire in un fondo statale”, verosimilmente utilizzando ancora la società di gestione del risparmio “Amco”, con la quale lo stesso Ministero ha già compiuto la maxioperazione di scorporo dei crediti deteriorati di MPS, sempre a carico ovviamente dello Stato e anch’essa propedeutica alla cessione della quota del 68 per cento adesso nelle mani del Ministero;

considerati al riguardo i precedenti esborsi già connessi alla gestione di questo delicato dossier, non va inoltre trascurato il quadro che si va delineando nei diversi assetti societari dei gruppi bancari interessati nel delicato intreccio di interessi che, nel caso in cui dovesse realizzarsi la fusione tra Unicredit e MPS, andrebbe oggettivamente a favorire l’asse franco-tedesco, ove ciò comportasse lo scorporo e poi la successiva vendita della parte internazionale della banca, generando il gravissimo paradosso per cui il risanamento o ripianamento di debiti mediante il discutibile ricorso al bilancio dello Stato italiano andrebbe a favorire l’economia finanziaria e bancaria di altri Paesi, penalizzando il nostro, mentre esiste un secondo e diverso piano caldeggiato da altri esponenti della maggioranza affinché MPS resti “pubblica”, con la realizzazione di un polo bancario pubblico, insieme con Banca popolare di Bari e quindi Mediocredito centrale,

si chiede di sapere:

se risponda al vero che la misura prevista nel disegno di legge di bilancio per il 2021 costerebbe almeno il doppio rispetto a quanto preventivato, incentivando fusioni e aggregazioni e accelerando il “risiko bancario”, con vantaggi indubbi anche per la finanza straniera presente in Italia e quale sia l’ammontare complessivo a carico dello Stato dalle operazioni già effettuate a sostegno di MPS negli ultimi 7 anni e quali siano le previsioni di ulteriori costi per realizzare la privatizzazione dell’istituto, quale i tempi e le modalità; se risulti che siano state fondate le previsioni e le promesse del Ministro pro tempore Padoan, oggi designato a nuovo “regista” dell’operazione, secondo cui il “salvataggio” di MPS non sarebbe stato a carico dei contribuenti, ma anzi che lo Stato ci avrebbe guadagnato, e in tal caso, quale sia l’ammontare del “guadagno” da parte dello Stato nell’intera operazione che giungerebbe a breve a termine con la ipotizzata privatizzazione;

qual sia la posizione del Ministro in indirizzo rispetto ai rischi illustrati e in modo specifico sulla possibilità che ciò determini lo scorporo e la successiva vendita della parte internazionale di Unicredit a soggetti bancari stranieri con la perdita quindi della più significativa presenza bancaria italiana all’estero;

se la nomina nel consiglio di amministrazione di Unicredit dell’ex ministro Pier Carlo Padaon, deputato eletto nel collegio di Siena, e la sua successiva designazione al vertice dell’istituto, non possano comportare un palese conflitto di interessi, tanto più alla luce di quanto emerge dalle sentenze giudiziarie che chiamano in causa proprio coloro che erano stati designati al vertice dell’istituto per i bilanci realizzati negli anni in cui lo stesso Padoan era Ministro dell’economia;

se non ritenga che il quadro ivi delineato non possa corrispondere alla circostanza per cui il MPS venga “salvato” con gravi costi a carico dello Stato, cioè dei cittadini, per essere “restituito” alla parte politica che di fatto lo ha gestito negli ultimi decenni, mentre la parte internazionale di Unicredit viene consegnata in mani straniere, che da tempo ambivano a acquisirla, con una spartizione di interessi che trova corrispondenza anche in altre operazioni finanziarie, bancarie e assicurative in corso e quale sia la posizione del Ministro sull’ipotesi alternativa, caldeggiata da esponenti della stessa maggioranza, di creare un polo bancario pubblico, favorendo l’aggregazione tra MPS e Banco popolare di Bari, con la regia di Mediocredito centrale, e a quanto ammonterebbero in tal caso i costi ulteriori a carico dello Stato ricadenti nell'”asse franco-tedesco”, nel quadro delle operazioni in atto e dettagliatamente illustrate, a discapito della finanza pubblica nazionale.

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