In ricordo di Rosario Livatino – intervento in Aula

Signor Presidente,

anche noi del Gruppo Fratelli d’Italia vogliamo rendere omaggio in questa sede al giudice Rosario Livatino, in occasione della sua beatificazione, essendo stato riconosciuto – come lei stessa, signor Presidente, ha affermato -, martire della giustizia e della fede. In questa sede vogliamo innanzitutto sottolineare e celebrare il suo valore come eroe civile: il giudice scrupoloso, lungimirante, soprattutto coraggioso e di elevato, eccezionale rigore morale. Apolitico, autonomo e indipendente, lontano da condizionamenti di qualsiasi natura, ma anche pronto al dialogo e al rispetto di tutti gli attori del procedimento, non ultima certamente la persona da giudicare. Un uomo giusto, appunto un giudice, un magistrato col senso dello Stato, mai di parte.

Non faceva interviste, Livatino; schivo nel carattere e del tutto privo di protagonismo, agiva con gli atti nei procedimenti, mai sui giornali. Un giudice come noi tutti vorremmo, e da cui noi tutti – ove mai accadesse – vorremmo essere giudicati. Anche se era considerato e definito «il giudice ragazzino», era in qualche misura un giudice all’antica, ma aveva nel contempo grande lungimiranza: fu tra i primi a prendere provvedimenti sul patrimonio dei mafiosi e a confiscarlo, sui colletti bianchi, sui reati contro l’ambiente e l’ecomafia; fu tra i primi a capire lo sviluppo del potere mafioso, la sua complessa articolazione anche politica, i conflitti interni, la guerra tra la stidda e la mafia. In tutto ciò, Livatino era certamente motivato anche dalla fede, da una fede incrollabile, e per questo anche ritenuto inavvicinabile. Nelle sue carte vi era sempre il riferimento semplice e diretto. Lui stesso scriveva: «Sotto la tutela di Dio», ma – attenzione – sempre in nome della legge, in nome dello Stato.

Credo sia importante sapere come Livatino sapesse coniugare perfettamente la sua fede, che lo motivava dal di dentro nelle sue azioni e lo rendeva incrollabile, con la necessità di applicare la legge dello Stato italiano. Siamo quindi orgogliosi, da cittadini italiani, da uomini delle istituzioni e da credenti, che sia anche riconosciuto come beato nel suo processo di santificazione, e che vi sia un giorno a lui dedicato: il 29 ottobre. In effetti, al di là della sua vicenda umana, ve n’è un’altra molto più significativa e pregnante che riguarda tutti noi sempre e comunque al di là delle generazioni, in cui nessuno di noi è giudice, anche se alcuni giudici pensano di esserlo comunque.

Questa connessione in lui tra uomo di Stato e credente la si ritrova non solo nel suo comportamento da cittadino, e quindi da giudice, ma soprattutto negli accadimenti avvenuti dopo la sua morte e con la sua morte. È stato evidenziato prima: fu ucciso il 21 agosto 1990, nel momento più buio della storia della Sicilia, quando sembrava tutto irreparabile; ma altri giudici agivano in quel contesto e non si fermarono. Come possiamo non ricordare la morte, nell’estate del 1992, prima del giudice Falcone e poi del giudice Borsellino in via D’Amelio? Come possiamo non ricordare la vedova Schifani che, nel sagrato della chiesa, da umile vedova del popolo disse: «Io vi perdono, però dovete mettervi in ginocchio»?

Era quello un segnale chiaro di qualcosa di più forte dell’impegno civile

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