Articolo del presidente Adolfo Urso sulla Rivista Formiche

Energia e sicurezza nazionale, un connubio oggi fondamentale. L’ultimo rapporto del Copasir sul tema lancia un allarme che evidenzia come Italia ed Europa da sole non possano farcela e sottolinea la necessità sempre più marcata di un accordo con altri Paesi per mantenere un flusso di rifornimenti energetici invariato, perché il rischio di blackout è possibile e bisogna tenerne conto. Dopo la guerra del Kippur la storia ci insegna che una simile emergenza può avvenire, si pensi alla crisi petrolifera del 1973, evento che ebbe conseguenze significative ed effetti importanti nella rimodulazione degli approvvigionamenti, come nella politica estera italiana nei confronti del mondo arabo. Come mai oggi il prezzo dell’energia è aumentato? Vi sono due ordini di motivi che spiegano questo scenario. In primo luogo, le questioni climatiche. Su questo, per esempio, lo scorso anno nei mari del nord il vento è stato piuttosto debole, di molto inferiore alle aspettative e perciò, alcuni Paesi, come la Germania hanno potuto beneficiare di una minima produzione energetica derivante dall’eolico.

Questo fattore evidenzia che le energie da fonti rinnovabili purtroppo non sono continuative e dipendono in misura troppo grande dalle influenze climatiche. In secondo luogo, ciò che ha causato nel tempo il continuo aumento dei prezzi dell’energia è stato sicuramente l’aumento del consumo energetico cinese, soprattutto di gas. La Cina ha infatti aumentato progressivamente il proprio uso di energia a partire dalle fonti fossili, come il carbone, o dal nucleare (ne è infatti il terzo produttore mondiale). Questo andamento si registra in tutto il mondo, aumenta il consumo del gas, quindi quello dei prezzi dell’energia.

A questi due fenomeni, quello climatico e quello economico, si aggiunge l’elemento politico-strategico. Sul tema, la Russia utilizza l’energia come elemento di politica di potenza. Sappiamo però che gran parte del gas che arriva in Italia e di cui siamo consumatori (circa il 42%) proviene dalla Russia attraverso il gasdotto che passa dall’Ucraina. La situazione ucraina esplosa drammaticamente negli ultimi giorni evidenzia che è necessario porsi alcune domande sul significato in termini energetici di un repentino deperimento della situazione.

Cosa succederebbe per noi se avvenisse un blocco o se si verificasse una riduzione dell’esportazione di gas? Così come espresso nelle conclusioni della nostra Relazione sulla sicurezza energetica nella fase di transizione ecologica, che con lungimiranza realizzammo ben prima della crisi attuale, non occorre fermarsi al contingente, ma è necessario realizzare un piano di sicurezza energetica nazionale e anche europeo che tenga conto dei fattori di lungo periodo e strategici e che sia un punto di svolta per l’Italia e l’Europa. La questione è fondamentale soprattutto perché l’Ue e l’Italia negli ultimi trent’anni hanno guardato all’energia solo come un problema di mercato e quindi di concorrenza ma esso, e oggi è più che mai evidente, è solo un aspetto della questione: l’Ue ora dovrà tener conto anche della transizione ecologica, quindi dell’impatto sull’ambiente.

Gli obiettivi della concorrenza nel libero mercato e del rispetto dell’ambiente, però, non possono sussistere se non si guarda anche alla sicurezza nazionale. L’energia, comunque prodotta, è fondamentale per il nostro sistema sociale e produttivo e quindi per la nostra sicurezza.

Per questo oggi c’è bisogno di un piano di sicurezza energetica italiano di lungo periodo condiviso da tutte le parti in gioco che sia anche un tassello del piano energetico europeo e che punti all’indipendenza nella produzione dell’energia.

Rispetto alle filiere produttive, il mercato dei pannelli solari fotovoltaici lo dimostra, non si dovrebbero creare altre e più gravi situazioni di dipendenza, come avviene con la Cina. Il rischio infatti è di divenire così dipendenti dalle forniture esterne da essere subordinati alla politica di potenza di altri Paesi. Per evitare un simile scenario è necessario investire nelle batterie elettriche, nell’idrogeno, nei semiconduttori e nella ricerca sul nucleare da fusione (saranno la politica e i cittadini, che possono riconsiderare le scelte già prese, a valutare se utilizzarlo o meno). Nel breve periodo l’Italia può sopperire al problema della carenza di forniture energetiche compensando con le fonti fossili, anche con il carbone, come fa la Germania, anche perché è verosimile che l’emergenza di questo anno si riproporrà anche con il prossimo inverno. In un’ottica di breve-medio periodo invece, si potrebbe fronteggiare la situazione anche attraverso l’incremento della produzione nazionale di gas, sia attraverso l’aumento della produzione degli attuali giacimenti, sia attraverso la realizzazione di nuovi, per esempio nel bacino adriatico oggi sfruttato dalla Croazia. Lo stoccaggio italiano è già molto alto rispetto alla media europea, aumentarlo ancora, in sintonia con l’Ue, avrebbe la funzione di calmierare la crescita dei prezzi. Poi si potrebbe lavorare a un incremento delle forniture provenienti dai Paesi oggi meno coinvolti nella competizione globale. Certo, si tratterà sempre di Paesi “a rischio”, come l’Algeria, la Libia, il Qatar, l’Azerbaijan, ma diversificare riduce comunque i rischi.

Tutto questo andrà però fatto in un’ottica europea e occidentale. Nella scelta dei nostri partner energetici dovremmo considerarne la posizione geopolitica. La nostra epoca è caratterizzata dalla competizione globale non solo con la Russia, con la Cina o con i Paesi del mondo arabo e si riverbera sul settore dell’energia. Si spera che il governo intervenga in qualche modo per salvaguardare i cittadini e le famiglie dall’impatto devastante dell’aumento dei prezzi. C’è bisogno di un intervento sostanziale e non meramente temporaneo, e nel contempo è necessario che si pensi a un piano di sicurezza nazionale, soprattutto ora che i fatti geopolitici aumentano i rischi per il nostro Paese.

La questione per l’Italia permarrà.

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